Architettura
La Romantica come M13 
La distruzione di Villa Galli e la cultura inceppata

CdT 17.7.2013


PIER GIORGIO GEROSA*
Dunque Villa Galli, la Romantica, è stata fatta andare giù a pezzi, stritolata dalle impietose ganasce meccaniche che hanno trovato in Ticino uno degli habitat economici e politici più favorevoli. Non si pensi però a una morte naturale, per esaurimento o per una delle malattie che così frequentemente colpiscono il mercato. No, Villa Galli è stata vittima di una soppressione pianificata dai poteri pubblici, come quella inflitta al povero orso M13, il quale altra colpa non aveva se non quella di voler vivere secondo la sua natura. Anche Villa Galli voleva continuare a vivere secondo la sua natura: quella di una residenza borghese di piacere sulla riva del lago, circondata da un parco, costruita nella sua fase finale verso la metà dell'Ottocento (delle 12 originarie ne rimanevano solo quattro attorno al Ceresio), in posizione eccezionale sulla punta della penisola di Melide (ne esiste solo una in Ticino), forte costruzio­ne a base quadrangolare sormontata da una torretta, apparentata nell'aspetto a Villa Ciani di Lugano e altro ancora. Un edificio eccezionale, ricco d'ibridazioni, fascio di relazioni fra Ticino, Piemonte e oltre, raggiante nell'espressione esterna, posto in un luogo che, con il quasi contemporaneo pontediga, è fra i più significativi dell'identità paesaggistica e politica della Repubblica del Ticino: distrutto.
Penisola protesa nel lago
Tentiamo allora di capire: abbiamo un edificio di grande valore storico, architettonico, artistico, rarissimo esempio di un periodo - la prima metà dell'Ottocento - di cambiamento nella storia politica e architettonico-paesaggistica del Ticino e di riflesso europea. L'edificio si trova in un luogo unico - esile penisola protesa nel centro del lago - visibilissimo da quasi tutto il bacino ceresiano e dal Luganese, plasmato dalla geologia e dalla storia climatica, al quale la vegetazione diede l'ultima pennellata. Poi, l'intervento sempre più pesante dell'Uomo tramutatosi in violento costruttore tecnico e agente immobiliare a volte con la copertura di architetti di grido. Com'è possibile che questi valori, locali e universali, non siano stati visti o, peggio ancora, se visti siano stati cancellati proprio da chi, i politici con i loro consulenti, funzionari e commissari, dovevano invece renderli godibili per tutta la popolazione? Quale aberrazione culturale ha permesso che un tale sito fosse trattato alla stregua di una registrazione contabile da far fruttare?
Consideriamo dapprima il quadro d'assieme. Le ruspe che pochi giorni fa hanno abbattuto Villa Galli non sono uno strumento isolato e il loro maciullare non è nemmeno occasionale. Non mi riferisco alle altre ville distrutte (proprio tre anni or sono, negli stessi giorni di giugno, ancora a Melide fu la volta di Villa Branca) e nemmeno agli altri edifici, ville e non ville, azzerati in altre parti del Cantone. I macchinari demolitori sono soltanto il mezzo più violento di un arsenale messo in opera per la riappropriazione del territorio e la distruzione del paesaggio, conseguenze della loro riduzione a mero oggetto finanziario strappato con un piatto di lenticchie a chi, magari da generazioni, lo custodiva come bene d'uso e d'affetto.
All'origine dell'evento degli scorsi giorni sta tutta una serie di procedure e mezzi di gestione perversa del territorio i quali, distorcendo gli obiettivi per i quali erano stati pensati dalla cultura urbanistica del ventesimo secolo, si sono dati come scopo e hanno avuto come risultato l'espropriazione della popolazione locale, la dilapidazione del patrimonio culturale e la seria compromissione delle basi naturali della vita.
I numerosi appelli a favore del mantenimento di Villa Galli, rimasti inspiegabilmente inascoltati dalle autorità di un Paese che si considera una delle prime e ultime spiagge della democrazia diretta, hanno fatto chiaramente intendere che la questione non era d'ordine estetico o nostalgico, ma aveva il suo nucleo in una visione dello spazio concreto plasmato dall'Uomo. In altre parole, la questione era cultu­rale nel senso più profondo: non nella cultura come passatempo mondano e inoffensivo, ma nella cultura che si fa carico della simbiosi con il mondo e che si rifiuta di tutto ridurre a parametri commerciali e monetari.
Ciò che si chiedeva non era un ritorno al passato, ma l'attivo inserimento delle preesistenze naturali e culturali in un'idea di sviluppo coerente con i loro caratteri e il loro valore, parte integrante di una filosofia di vita.
Sappiamo bene che le scelte in questo ambito si rispecchiano fedelmente (e in modo complesso) proprio nel loro trasferimento sul territorio. Se portiamo ora il discorso sul piano banalmente burocratico, sappiamo anche (e dimentichiamo) che la trascrizione sulla Terra delle scelte etiche avviene mediante gli strumenti urbanistici, nel modo più semplice con i piani regolatori, che a questo servono, non a massimizzare le quantità edificatorie e a nullificare l'esistente nell'interesse dei promotori immobiliari globalizzati.
Perciò, se si voleva far continuare a vivere Villa Galli (come per M13), secondo la sua natura, si dovevano innanzitutto creare le condizioni adatte alla sua vita, dapprincipio mediante il piano regolatore comunale, attribuendole un futuro consono alle sue caratteristiche. Si chiedeva una scelta di cultura urbanistica. Rientrano, nelle condizioni necessarie per la continuazione della vita di un edificio, le opportune scelte di materiali e tecniche costruttive, di allineamenti, altezze, rispetto e miglioramento della vegetazione, ingombro dei volumi edilizi, forme e colori. Cose che si sanno e si applicano da centocinquant'anni, e che il Comune di Melide ha ignorato, vuoi con funambolismi regolamentari contraddittori, vuoi con l'applicazione scorretta dei suoi propri regolamenti. La pianificazione diventò spianatura.
Immaginare il futuro può però non essere sufficiente. Le contingenze possono essere più complesse, la pressione commerciale più forte, i valori immateriali in gioco più alti, i conflitti più acerbi. Per questa ragione, pure da circa un secolo e mezzo, è stato introdotto lo strumento della tutela individuale di singoli oggetti mediante la redazione di liste apposite e imperative, strategia che si esplica tuttavia nel gioco sottile nelle sovranità politiche. La protezione monumentale, che interviene per dare un monito, come spiega l'etimologia, oltre a sottrarre un bene e un luogo alle leggi del mercato, oltre a imporre un divieto e definire particolari modi d'intervento e di verifica della loro pertinenza, deve però appoggiarsi ad un progetto, da concepire parallelamente, sul ruolo del patrimonio culturale nella vita contemporanea, pena la museificazione del bene in tal modo protetto e allo stesso tempo ucciso e imbalsamato - come la pelle dell'orso.
Nel caso di Villa Galli si è inceppata proprio la dinamica culturale dell'inserimento dei luoghi e degli edifici esistenti, con la loro personalità, i loro agganci nel vissuto della gente, nella memoria e nell'immaginazione del futuro territoriale. Elaborando e applicando il piano regolatore, il Comune ragionò semplicemente in base a criteri economici proiettati su di una tabula rasa sulla quale, è pur vero ma inefficace, planavano gli spettrali «àmbiti delle volumetrie esistenti». Certo, Villa Galli e il parco vennero classificati «zona di attività turistiche» o giù di lì, dopo che la villa, diventata «La Romantica», serviva da taverna, ma nessun «responsabile» pensò si potesse risvegliare la stupenda architettura dormiente sotto la mascherata compulsiva del bordello. Il Cantone avallò a più riprese queste scelte, che avrebbe invece dovuto censurare come autorità di vigilanza, riferendosi ai soliti fragili motivi dell'autonomia comunale. In sede di definizione dei beni protetti, il Cantone ignorò poi i risultati della ricerca storica e della valutazione comparativa del bene e del sito, relegando Villa Galli a «edificio qualsiasi» e non riconoscendo l'unicità e l'eccezionalità del luogo: carenze della cultura fatta ufficialità. Infine, ultimo atto, sollecitato a un'applicazione dinamica della legislazione a salvaguardia dei beni culturali, il Cantone si è pure rifiutato di mettere in atto quelle misure provvisionali che, bloccando la licenza edilizia rilasciata grazie alla scorretta applicazione dei regolamenti comunali e al vuoto nella tutela cantonale, avrebbero finalmente permesso di immaginare un futuro per la Punta di Melide diver­so dal brutale sfruttamento immobiliare del nudo sedime.
Dimenticata la storia ticinese
Il tiro alla fune, come si sa, è durato a lungo e non è qui il caso di condensarne la cronistoria. Altri dovrà ricostruire dettagliatamente e analizzare questa triste vicenda. Cantone e Comune avevano tutte le ragioni e tutti i mezzi per fare un'opera meritoria che avrebbe mostrato con l'esempio un modo final­mente più corretto e generoso d'intendere le relazioni fra testimonianze storiche, memoria corale, attese di sviluppo, luci del paesaggio: avrebbe mostrato come fare oggi una cultura dei luoghi.
I poteri pubblici non avrebbero rischiato nulla, anzi, la storia del Ticino insegna che si è andati avanti quando si è finalmente deciso di fare ciò che si temeva impossibile o si paventava avrebbe causato spese insostenibili. Durante gli ultimi cinque anni della vicenda di Villa Galli Cantone e Comune hanno inutilmente mercanteggiato e si sono arrampicati sui vetri per prendersi cura di diritti altrui che non esistevano. Rifiutandosi di dar seguito ai risultati degli studi storico-architettonici, giuridici e paesaggistici, disattendendo gli appelli della gente e tergiversando impauriti, politici, consulenti, funzio­nari e commissari non dovranno forse risarcire gli immobiliaristi delle Isole Vergini, ma hanno comunque contratto un debito verso un certo numero di cittadine e cittadini del loro Paese.


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professore emerito nella Scuola nazionale superiore di architettura dell'Università di Strasburgo

All'origine dell'abbattimento procedure e mezzi di gestione perversa del territorio

Cantone e Comune avrebbero potuto mostrare come fare oggi una politica dei luoghi

 

 

1952 ( Archivio di Stato di Bellinzona, Fondo Christian Schiefer).
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NdR

Simile destino potrà aver la Piana di Castione se invasa da volgari centri commerciali e da altre infrastrutture smodate nella loro dimensione.

 

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