L’ospite
Cattedrali nel deserto
di Pier Felice Barchi
Lo stato prefallimentare dell’A-rena di San Gallo e del club di calcio di quella città dovrebbe suscitare qualche preoccupazione in chi sta rilanciando i progetti di città-mercato di Lino Jemi e di megastadio per l’ACB di Gabriele Giulini. Su questo tema già si è espresso qualche settimana fa il mio amico Nene Zurmühle. Ne ha parlato nei giorni scorsi Tarcisio Bullo sul ‘CdT’. Per capire le difficoltà della gestione di uno stadio da parte di una società sportiva occorre entrare nei dettagli. Me ne dà lo spunto la ‘Nzz’ che alle megalomanie di San Gallo ha dedicato ben tre articoli. Club di calcio e Arena (proprietaria dello stadio) sono indebitate per 14,77 milioni di franchi e hanno una mancanza di liquidità in ragione di 2 milioni.
Si sperava in un sostegno di 6 milioni da parte della Città e del Cantone. Recentemente il Consiglio comunale di San Gallo ha respinto con una chiara maggioranza la proposta di stanziare 2 milioni di franchi come contributo ad un piano di risanamento delle due società. Tra l’altro il fatto che gli investitori privati disposti a partecipare al riassestamento abbiano mantenuto l’anonimato è stato duramente criticato. Si è inoltre denunciato che nella costruzione dello stadio si è verificato un sorpasso di diversi milioni e che l’impresa generale esecutrice dell’opera ha dei legami con chi dirige l’Arena SA e l’associazione calcistica.
Megalomanie e mancanza di trasparenza
e controllo
Insomma, il modello spesso invocato come il più efficiente di società miste cui partecipano enti pubblici e investitori privati si è rivelato ben poco appropriato: per mancanza di trasparenza e di controllo dell’impiego delle risorse. Nel caso di San Gallo purtroppo la frittata è fatta. La probabilità che il risanamento avvenga anche senza la partecipazione degli enti pubblici grazie ad un maggiore sacrificio degli investitori-fantasma e delle banche è minima. Sta comunque di fatto che il Cantone e la Città non sfuggiranno in futuro – e tanto meno in caso di fallimento – dal contribuire con più milioni all’anno all’esercizio dello stadio. La “cattedrale” ormai c’è e non può essere demolita.
In Svizzera le megalomanie dei club di calcio e la costruzione di stadi multifunzionali sono state all’origine di non poche crisi che hanno finito con l’inghiottire soldi dei contribuenti: si veda Ginevra, Neuchâtel, Zurigo. Perché i tifosi si rendano conto dei cambiamenti intervenuti negli usi e costumi delle grandi squadre, è utile che sappiano che nei megastadi deve trovar posto anche la “casa” del club, arredata non certamente con mobili dell’Ikea, ma secondo principi da VIP.
Le uniche esperienze positive sono quelle di Basilea e di Berna. Basilea è un caso veramente straordinario: il club è sponsorizzato con somme da capogiro dai generosi eredi di industrie chimiche. A Berna tutto è ancora privato al cento per cento. Dopo un inizio un po’ turbolento per ragioni personali tutto si è aggiustato grazie ad una fruttuosa sinergia con manifestazioni (concerti soprattutto) tenute nello stadio quando non c’è il calcio. A Thun e Lucerna le lezioni di Ginevra e Neuchâtel sono state recepite: si prevede la costruzione di piccoli stadi.
‘Solo in Ticino si sogna di farlo’
Morale della favola: in Svizzera i club di calcio per ragioni strutturali non sono in grado di dotarsi di megastadi multifunzionali e di assumerne le spese di esercizio. Solo in Ticino si sogna di farlo. Pour cause: quando si profilano progetti da decine di milioni si suscita l’entusiasmo delle numerose persone che potrebbero eventualmente spartirsi mandati di ogni sorta. Nel Bellinzonese sono parecchie le persone che in buona fede si battono per una “cattedrale”, illudendosi che essa porterà benessere a tutti. Si rendono conto che a San Gallo è andato tutto a catafascio nonostante che la media di spettatori per ogni partita nella stagione della Super League è stata di 11’700? Costruire uno stadio multifunzionale – poco importa se a Castione o a Bellinzona in via Tatti – significa due cose.
La Città svuotata e chiamata alla cassa
Si deve innanzitutto dare per scontato che la Città sarà chiamata alla cassa per partecipare al finanziamento e per assumersi l’onere di manutenzione e di esercizio dello stadio. Inoltre l’ipotetica cittàmercato, addirittura con una cappella per la celebrazione della messa domenicale a favore degli avventori che verrebbero a frotte dall’Italia, e pure lo stadio multifunzionale in via Tatti finirebbero col far sloggiare dal centro di Bellinzona non pochi negozi specializzati (dall’ottico al fiorista) che ancora animano la città. È questo che vogliamo?
Vogliamo finanziare il calcio?
La questione di fondo che si pone è politicamente più significativa di quel che ci si immagina. Vogliamo – come a Ginevra – finanziare il calcio così come facciamo per i centri e le manifestazioni culturali?
Sono chiaramente contrario. Si sente tra l’altro dire che il calcio indurrebbe i giovani a dedicarsi ad attività sportive distraendoli così dai vizi diffusi nell’odierna società. Quell’affermazione non regge. Ad ogni buon conto prendo sul serio la questione basilare che ho evocato. Pur essendo contrario ad un’equiparazione degli sport di competizione con la cultura dico che se ne deve discutere. Sarebbe un’occasione per coinvolgere anche gli uomini di cultura. I politici che, pur di accaparrarsi i consensi dei fans del calcio, promuovono la costruzione di “cattedrali” che presto o tardi si riveleranno come “cattedrali nel deserto” fagocitando soldi dei contribuenti devono sapere che vi è anche un altro modo per farsi apprezzare. Quello di sfidare una possibile (e transitoria) impopolarità e di dire di no a richieste estemporanee che non si inquadrano in una visione a lungo termine dello sviluppo di un territorio così prezioso come è quello ticinese. Prezioso già per il fatto di essere scarso e soprattutto poiché è uno dei fattori più importanti della nostra vocazione turistica.
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La Regione Ticino 04.110.2010