Corte del Sole. Dalla richiesta di rinvio a giudizio agli interrogativi rimasti irrisolti.
Il progetto della Corte del Sole
“Tutti gli esercizi della lottizzazione sono di fatto autonomi, si affacciano sulla pubblica via e non hanno spazi di servizio gestiti unitariamente”. Questa frase, sotto molteplici varianti, viene ripetuta più volta nella richiesta di rinvio a giudizio inviata al Giudice per l’udienza preliminare e proposta dal pubblico ministero Daniele Caria nei confronti dei sei indagati dell’inchiesta sulla Corte del Sole. Come già scritto, a fine novembre toccherà al Gup Giovanni Massidda del Tribunale di Cagliari il compito di decidere se mandare a processo il sindaco Aldo Pili, i funzionari comunali Ignazio Caboni, Ugo Scarteddu e Gianni Mameli, con anche gli impresari Lino Iemi e Antonio Sardu. Ma a sfogliare le sei pagine della richiesta di rinvio che contiene anche i capi di imputazione, quella frase salta subito agli occhi. Viene riportata già nel primo capo d’imputazione dove compaiono l’ex capo dell’ufficio tecnico Scarteddu, il capo dei servizi amministrativi Caboni ed il primo cittadino: il reato contestato è la “Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici” (art. 479 del Codice Penale) e riguarda per i primi due una nota del 29 ottobre 2003 in risposta alla richiesta della Regione di chiarimenti sulla legittimità sotto il profilo edilizio-urbanisitico-commericiale della Corte del Sole, mentre per il sindaco si tratta di una lettera del giugno 2005 dove confermava quanto scritto dai funzionari. Ma cosa? Che all’interno del progetto della futura Corte del Sole “tutti gli esercizi della lottizzazione sono di fatto autonomi, si affacciano sulla pubblica via e non hanno spazi di servizio gestiti unitariamente”. Ancora il reato di falso viene contestato a Caboni per un’altra nota del gennaio 2006 di risposta alla Regione alla richiesta di revoca, in autotutela, delle autorizzazioni rilasciate. In questo caso la falsità sarebbe stata nell’affermare che la struttura è costituita da “più esercizi commerciali non solo formalmente ma materialmente e di fatto assolutamente distinti tra loro. Inoltre tra la già autorizzata Grande Struttura di Vendita e tutte le altre strutture commerciali vi è soluzione di continuità e non sussiste connessione interfunzionale”. Nel reato di concorso in abuso d’ufficio sono indagati Scarteddu, Caboni, Mameli, Iemi e Sardu per aver rilasciato le licenze e autorizzazioni commerciali “come se si trattasse si esercizi commerciali formalmente e materialmente distinti fra loro, invece che un unico Centro Commerciale o quantomeno una pluralità di Grandi Superfici di Vendita”. Licenze e autorizzazioni che avrebbero generato un vantaggio con illecito arricchimento a Iemi e Sardu. Il pubblico ministero Caria contesta anche che alla Regione sarebbe stato “presentato un progetto per la realizzazione di una Grande Struttura di Vendita non alimentare, nonché di un complesso costituito da più esercizi commerciali, autonomi tra loro, privi di spazi di servizio gestiti unitariamente, ciascuno dei quali avrebbe dovuto affacciarsi sulla pubblica via, inquadrati come un nuovo quartiere del Comune di Sestu”, ma che poi la realtà fosse del tutto differente. Sin qui le imputazioni. Della guerra che ha fatto la Regione targata Renato Soru al Comune sulla questione della Corte del Sole abbiamo già ampiamente trattato, ma la storia ci racconta che il 10 aprile 2003, dunque prima ancora che arrivasse Renato Soru, l’Assessorato regionale al Commercio (all’epoca c’era il riformatore Roberto Frongia) aveva rimarcato come la Regione avesse concesso solo una grande struttura di vendita non alimentare di 5.740 metri quadrati. «L’Amministrazione regionale – si leggeva – vigilerà affinché il progetto venga realizzato nel totale rispetto della normativa di settore e della legittimità degli atti amministrativi necessari». In particolare la Regione ricordava che la Conferenza di Servizi, convocata su richiesta del Comune di Sestu, aveva dato parere favorevole «soltanto ad un centro commerciale non alimentare». Nel tavolo tecnico che si tenne il 17 dicembre 2001 parteciparono anche le principali associazioni di categoria dei negozianti e dei consumatori. In quell’occasione il privato presentò una richiesta per una grande struttura di vendita (Gsv) di 10.740 metro quadrati, ma la conferenza ne autorizzò soltanto la metà (5740 mq). «L’autorizzazione di eventuali altri esercizi commerciali, obbligatoriamente separati dalla grande struttura di vendita e ciascuno non superiore ai 2500 metri quadrati» terminava la nota «sono di esclusiva competenza del Comune di Sestu».
documento 2001 (atto giudiziario)
Detto questo, una cosa salta subito all’occhio. Tutte le frasi che compongono la parte consistente, ma forse anche quella più pesante, delle accuse di falso e di abuso d’ufficio contestate ai funzionari comunali di Sestu si leggono anche su un documento arrivato in Comune di Sestu il 6 giugno 2001, firmato dall’allora direttore generale dell’Assessorato al Commercio della Regione guidato da Roberto Frongia. Rispondeva alla Spm di Milano (chiamiamola per semplificare Policentro) e per conoscenza inviava la nota al Comune. La Policentro aveva chiesto alla Regione un parere sull’elaborato che intendeva presentare al Comune ottenendo come riposta che: “Nel progetto in oggetto gli esercizi sono autonomi, si affacciano su una pubblica via e non hanno spazi di servizio gestiti unitariamente. Inquadrato pertanto come un nuovo quartiere del Comune di Sestu il progetto esula dalla definizione di centro commerciale”. Nel documento già si parla di due distinte iniziative commerciali: “Con la prima, denominata “Cittadella della Moda”, s’intende realizzare un progetto che si configura come un insieme di 52 piccole superfici, definite dal proponente esercizi di vicinato”. Il secondo piano particolareggiato, invece, si riferisce ad una grande struttura di vendita e a tre medie strutture (dove oggi ci sono Semeraro e Iper Pan). “Le medie strutture che s’intendono realizzare sono indipendenti sotto il profilo delle dotazioni pertinenziali – scriveva il dirigente – e risultano autonome l’una all’altra”. Il Comune di Sestu, stando quanto dichiarato a suo tempo dal funzionario, era tenuto a verificare la regolare esecuzione dei progetti allegati, al fine di impedire una realizzazione dell’intervento non conforme ai principi indicati nel parere.
documento 2001 (atto giudiziario)
Da qui alcuni interrogativi, come era solito ricordare un anziano giornalista, che sorgono spontanei. O la Policentro ha chiesto un parere alla Regione presentando un progetto diverso da quello che poi gli è stato autorizzato dal Comune di Sestu. O il Comune di Sestu nel corso degli anni ha autorizzato modifiche e stravolto il progetto che in precedenza aveva ottenuto il parere favorevole del funzionario regionale. Oppure non si capisce perché i nostri funzionari comunali siano finiti indagati per aver ripetuto, quasi rifugiandosi ogni volta dietro la presunta sicurezza di un estenuante copia e incolla, ciò che la Regione nel 2001 aveva preventivamente dichiarato come fattibile e legittimo.
Francesco Pinna . Sestu Sera www.sestusera.it