Proponiamo questo interessante articolo per rinfrescare la memoria sulle nostre istituzioni democratiche.(red.)
Esercizi di democrazia deliberativa di Orazio Martinetti
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Azione del 31.102011 Settimanale della Cooperativa Migros Ticino |
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Molti sono rimasti colpiti dall’ultima campagna d’affissioni promossa dall’Udc, «Stop all’immigrazione di massa!». Non tanto per il messaggio (prevedibile), quanto per l’investimento finanziario. Il partito di Toni Brunner ha tappezzato il paese occupando i punti strategici: stazioni, incroci, spazi pubblici. Diffuso capillarmente già in estate, il cartellone dell’Udc ha inteso come si suol dire prendere due piccioni con una fava: sollecitare la raccolta delle firme per l’iniziativa (contro l’immigrazione di massa, appunto) ed elevare il tasso di paura in prossimità delle elezioni federali. Ora, ancora una volta, si pone – per il nostro sistema ma non solo – il problema della disparità delle risorse. È un tema probabilmente antico quanto la democrazia stessa, ma che negli ultimi decenni ha assunto proporzioni inquietanti. Le forze di centro-destra hanno riversato nella propaganda milioni di franchi, mentre le formazioni di centrosinistra solo alcune migliaia, i verdi meno di tutti. Alcuni calcoli sono stati fatti contando le inserzioni pubblicate nei giornali. Le forbici tra i partiti sono evidenti, anche se le cifre esatte rimarranno sempre nell’ombra. Si va dunque verso una democrazia dei ricchi (plutocrazia) e dei pochi (oligarchia)? Ma se questo è, possiamo ancora chiamare democrazia un sistema del genere? La questione occupa da anni la miglior politologia internazionale. Ormai sono numerosissimi, anche in lingua italiana, i saggi che pongono al centro simili domande. Se il «popolo» si astiene, non si reca al seggio, mugugna ma poi, alla resa dei conti, preferisce andare allo stadio o in montagna, sarà fatale che il «potere» rimarrà sempre nelle mani dei pochi, degli «eletti». I quali non sono tutti dei Paperoni, ma benestanti sì: basta guardare la composizione socio-professionale del nostro parlamento cantonale, un consesso in cui gli operai sono spariti. Il morbo dell’astensionismo era già stato diagnosticato negli anni ’60 dal professor Max Imboden con toni allarmati. Sangallese, docente di diritto amministrativo a Zurigo prima e a Basilea poi, Imboden pubblicò nel 1964 un libriccino con un titolo che condensava, in due sole parole, lo stato d’animo confederale: Helvetisches Malaise . Lo scritto, che allora apparve nella collana «Polis» delle edizioni evangeliche, registrava un crescendo di sfiducia: il graduale venir meno dell’identificazione tra il cittadino e lo Stato. Scollamento che si traduceva, al momento del voto, in un’elevata indifferenza. «La partecipazione al voto, soprattutto la partecipazione alle consultazioni popolari (a quelle elettorali il calo è meno accentuato), diminuisce costantemente. Il fatto è incontrovertibile. Molti lo minimizzano, altri non vogliono nemmeno prenderne atto». Parecchi anni sono trascorsi da quell’amara diagnosi, quasi cinquanta, ma il rimedio non è stato ancora trovato. Per alcuni va bene così, vuol dire che la «maggioranza silenziosa», in fondo, approva le scelte della minoranza. Qualcuno invece si pone il problema della «qualità» della democrazia: e se il difetto stesse nel manico, in un ingranaggio che ha smesso di funzionare correttamente? La democrazia è, per definizione, una forza che sale dal basso, dal popolo; un’energia che si sprigiona nell’urto tra passioni e interessi. Nella realtà dei fatti queste dinamiche sono state trasferite negli attici dell’edificio sociale, lasciando ai piani bassi solo il rito dell’espressione del voto (quando c’è). Ma una democrazia ridotta al momento del voto non è una democrazia di cui vantarsi nel mondo. È giusto pretendere di più in un paese in cui il vero potere, quello sostanziale, quello che incide sulla vita concreta di tutti noi, è sempre più appannaggio dei grandi potentati economici e finanziari. Dagli Stati Uniti è giunta l’idea di arricchire la democrazia con una fase più o meno lunga di dibattito preliminare. Sostanzialmente la proposta consiste nel moltiplicare nella società civile le occasioni di incontro in cui sia possibile trattare gli argomenti più controversi a carte scoperte. Una discussione «razionale», insomma, libera da pregiudizi e da condizionamenti esterni, segnatamente partitici. Per questo l’hanno chiamata «democrazia deliberativa», dove il termine inglese deliberation sta ad indicare l’esame approfondito che precede il momento della decisione. Si dirà che nemmeno qui trionfa l’originalità. Democrazia ha sempre significato dibattito e confronto tra opinioni divergenti. La democrazia deliberativa prevede però il concorso di esperti e la messa in campo di tesi argomentate scientificamente. Alcuni esperimenti sono stati condotti in vista delle federali in alcune scuole superiori ticinesi, alla presenza di candidati, docenti, giornalisti e consulenti. Gli istituti ne hanno tratto un bilancio positivo. Segno che la democrazia deliberativa, in ambiti precisi come quello scolastico, funziona. |
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